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Anno 2 - Numero 9 - Novembre 2003
Regionale
UMBRIA
I risultati di uno studio condotto dall'agenzia regionale delle ricerche segnalano un trend positivo negli ultimi cinque anni
Economia umbra, una crescita eccezionale
Pochi investimenti ma molte esportazioni. Bene anche il settore industriale
La scalata dell'Umbria. Una crescita imponente, a tratti quasi da record, che tuttavia non cancella numerose zone d'ombra. I risultati del recente studio sullo sviluppo economico regionale condotto dall'Aur (Agenzia Umbria Ricerche) e presentato nella sede di Palazzo dei Notari a Perugia, non lasciano spazio a dubbi.
L'economia regionale è cresciuta notevolmente, soprattutto nel periodo 1995- 2001, con impennate nel periodo di ingresso dell'Euro, il quale ha fatto precipitare in picchiata i tassi di interesse bancario, il deficit pubblico e l'inflazione. Sette anni di successi nei vari ambiti economici, a cominciare dal boom del settore manifatturiero e dell'industria (+11,4% , quattro punti in più rispetto alla media nazionale), che hanno fatto notevolmente alzare il Pil (+12,6%, mezzo punto in più rispetto al trend italiano) e che hanno relegato dietro all'Umbria alcune regioni del centro nord e quasi tutte quelle meridionali. Crescono anche le imprese, circa settemila attualmente sul territorio regionale, il 5% in più.
Eppure, in questo quadro roseo, rimangono alcuni spazi grigi. Quello degli investimenti, per esempio, che rimangono sotto la media di quasi dieci punti percentuali, sino a toccare addirittura il meno trenta nel settore agricolo. La forza dell'economia umbra, il vero motore che fa muovere la macchina, sono le esportazioni, in Cina soprattutto, ma anche nel Messico ed in generale fuori dall'Europa: movimenti che fanno alzare di molto il prodotto interno lordo, al pari dell'industria, il cui reddito rimane sopra la media nazionale.
Altro dato di notevole impatto è la partecipazione femminile al mercato del lavoro: la ricerca segnala come nei sette anni presi in esame, le donne abbiano avuto un ruolo sempre più determinante in questo settore, facendo registrare una crescita del 17%, piazzando l'Umbria appena dietro Sicilia e Sardegna; peraltro il dato è confermato anche da quello relativo all'occupazione femminile, che chiude il settennato con un brillante + 26%.
In discesa, sia pur con un dato minimale (-1,2 %), il reddito relativo ai servizi di intermediazione finanziaria. Il dato occupazionale fa segnare un buon +10%, mentre per quanto riguarda la 'durata' dei lavori, il 48,3% degli umbri dice di essere occupato part-time, mentre per il 6,4% il lavoro è a tempo pieno. L'occupazione temporanea fa segnare il 50,1%, mentre quella permanente l'8,5%.
Fa invece riflettere il 14,7% relativo all'occupazione segnalata come irregolare, dietro al quale si cela, evidentemente, uno stati sociale regionale ancora molto funzionale. Gli economisti presenti alla presentazione della ricerca hanno segnalato come adesso occorra sfruttare al meglio questa rinnovata situazione positiva, creando nuove imprese e nuovi investimenti mirati.
La “Fabia” resterà in Umbria
La crisi della Sangemini approda in Provincia. Il piano della società che commercializza e produce le note acque minerali non ha convinto i sindacati, che in un incontro svoltosi presso i locali dell'esecutivo provinciale di Terni, a Palazzo Bazzani, alla presenza delle istituzioni ternane e regionali. Di certo c'è solo un dato: che la produzione della Fabia, l'acqua minerale liscia, resterà nella Regione, il resto è ancora oscuro, come il futuro dei circa 120 lavoratori a tempo indeterminato e dei 30 a tempo determinato sotto contratto con l'azienda. Durissima soprattutto la posizione della Cgil, che definisce il piano 'troppo generico' e lacunoso soprattutto nella parte relativa agli investimenti tecnologici. Secondo i sindacati, infatti, è necessario investire per potenziare ed essere più competitivi sul mercato. Ma investire dove? Soprattutto sugli impianti, ma anche sullo sfruttamento del bacino idrico e sulla pubblicità, per la quale vanno ricercati nuovi fondi.
La Cgil stigmatizza soprattutto la mancanza di certezze per quanto riguarda anche i tempi nei quali tali investimenti possano essere effettuati, oltrechè la situazione relativa ai lavoratori stessi: "Nel piano aziendale -dicono i sindacati - si parla di consolidamento dei livelli occupazionali. Ma cosa significa tutto questo? Il piano è troppo sfuggente. Prendiamo atto che l'azienda ha intenzione di sfruttare il marchio Fabia anche per prodotti realizzati al di fuori del bacino locale ma adesso le parole non ci bastano più, vogliamo i fatti". Le istituzioni hanno accolto le prese di posizioni dei sindacati ed hanno prodotto un documento unitario che è stato presentato ai vertici aziendali nei primi giorni del mese di novembre.
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